AREA MEDICA

 I CONSIGLI DEL MEDICO SPORTIVO

Consigli di medicina sportiva dei Dottori Rodolfo Tavana e Stefano Respizzi della Isokinetic

Fonte:"La Prealpina"

·        Difendersi dai crampi

·       Attenti al sovraccarico

·       Gli errori da evitare

·       Come scegliere le scarpe

·       Quando la schiena devia…

·       Come affrontare i primi caldi

·     Soffio al cuore, cosa fare

·     Quasi quasi metto il tutore


LA DIETA (consigli per un pasto equilibrato)

·  TABELLE NUTRIZIONALI

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Difendetevi dai crampi

 

I crampi sono dolorosi e colpiscono i muscoli quando meno ce lo aspettiamo, obbligandoci a interrompere una partita di calcio, una nuotata in mare o, in alcuni casi, costringendoci a risvegli improvvisi durante il sonno.

Sconfigge un crampo, quando compare, è difficile, l’unica possibilità è allungare il muscolo (stretching) aspettando che parta un riflesso inibitore atto a decontrarlo.

Le zone più colpite sono il polpaccio, la coscia (posteriormente) e i muscoli della pianta del piede, non sono indenni, anche se meno frequentemente interessati, gli addominali e gli intercostali (nel torace).

I crampi sono delle contrazioni muscolari improvvise, sulle quali la scienza non fornisce spiegazioni sicure.

Al recente congresso mondiale di medicina dello sport tenutosi a Indianapolis (USA) e organizzato dall’American College of Sports Medicine (ente più importante per i medici sportivi di oltreoceano) se ne è parlato parecchio in sessioni di alto livello e i chiarimenti non sono stati risolutivi.

Si sono distinti due tipi di “crampi”, uno classico, con interessamento di un muscolo isolato, e uno, per fortuna più raro, in cui l’interessamento è di tutto il corpo e i crampi sono uno dei sintomi che caratterizzano una sindrome molto grave.

Quest’ultima situazione ha portato al decesso alcuni sportivi statunitensi dediti al football o, più raramente, al basket, che hanno iniziato la stagione con allenamenti troppo impegnativi (prove ripetute sui 1000 metri al primo giorno di preparazione), clima caldo umido e abbigliamento inadeguato.

Il crampo “classico” (un solo muscolo) sembra essere favorito da alcune situazioni particolari che, insieme, lo provocano: poco allenamento, depauperamento di risorse energetiche locali (zucchero di riserva nei muscoli) e perdita eccessiva di liquidi e sali attraverso il sudore.

Qualcuno, erroneamente, dà la colpa alla sola perdita di liquidi, ma questo non giustificherebbe i crampi che si verificano nuotando, in acqua si suda, ma non eccessivamente.

Certamente la perdita di liquidi è importante, ma non è l’unica causa.

Ecco quindi come prevenire il problema: ingerire bevande atte allo sforzo; allenarsi bene; acclimatarsi al caldo; nutrirsi in maniera adeguata per non avere carenze di risorse energetiche durante lo sforzo.

Sono poi utili tecniche di allungamento muscolare dopo ogni partita o allenamento (per almeno 15-20 minuti) e un bagno caldo se avvertissimo polpacci o cosce stanche prima di coricarci; se poi potete usufruire di un massaggiatore utilizzatelo dopo lo sforzo, quando vi siete allenati duramente.

 

Rodolfo Tavana

Direttore Sanitario Isokinetic Milano

(r.tavana@isokinetic.com)

 

Fonte: "La Prealpina"


 

Attenti al sovraccarico

Il termine è apparentemente generico, ma nelle diverse discipline corrisponde a patologie ben precise e facilmente identificabili da parte di un medico dello sport o di un traumatologo.

Assieme al  dottor Furio Danelon (medico dello sport, che opera nello staff di Isokinetic Milano) cerchiamo quindi di comprendere cosa intendiamo per sovraccarico, come prevenirlo e quali siano i sintomi che devono spingere lo sportivo a recarsi da uno specialista per affrontare tempestivamente il problema.

Innanzitutto di cosa si tratta?

“Le sindromi da sovraccarico sono tipiche patologie da sport che colpiscono solitamente i tendini, ma possono interessare anche il tessuto osseo.

Sono purtroppo piuttosto comuni. Tutti gli sportivi hanno sentito parlare di tendinopatia del tendine di Achille, di pubalgia o di fascite plantare.

Vi sono poi forme meno “popolari”, ma non per questo meno temibili, come la periostite mediale della gamba o la frattura da fatica che interessa il tessuto osseo a diversi livelli: piede, tibia o bacino”.

    Da cosa sono causate?

“Il fattore che le accomuna è la causa meccanica. Esse sono infatti legate a una sproporzione tra un’elevata richiesta funzionale, come avviene in molti sport di fatica, e una bassa “resistenza” dei tessuti interessati.

Sono patologie che colpiscono soprattutto sportivi e lavoratori manuali che eseguono migliaia di volte al giorno un gesto ripetitivo.

Vi sono, infatti, sindromi caratteristiche per ciascuno sport: la fascite plantare e la tendinopatia dell’achilleo nella corsa, l’epicondilite nel tennis e nel golf, le tendinopatie della spalla nel tennis e nella pallavolo, la pubalgia nei calciatori”.

    Come si prevengono?

“I mezzi per la prevenzione sono sostanzialmente classificabili in due insiemi: le terapie che fanno aumentare la resistenza di un tessuto come il rinforzo muscolare e l’incremento della flessibilità di muscoli e tendini e ciò che invece contribuisce a ridurre lo stress sui tessuti, come la correzione di posture o gesti tecnici scorretti e di squilibri muscolari tra muscoli che agiscono su un’articolazione con funzioni opposte.

La pubalgia, ad esempio, può essere causata in alcuni casi da uno squilibrio di forza tra i muscoli addominali e gli adduttori della coscia.

In quest’ottica, sono importanti strumenti di prevenzione le tecniche che ci permettono di misurare la forza muscolare, come la macchina isocinetica.

Un’altra analisi che può essere molto utile è l’analisi dell’appoggio plantare. Capire come appoggiamo il piede può infatti aiutarci a ridurre i carichi sui tendini e sulle ossa degli arti inferiori.

Così come non si possono trascurare, in un’ottica terapeutica, la revisione delle attrezzature di gioco che, se non adatte, possono causare esse stesse carichi anomali sulle strutture interessate.

Una suola troppo consumata o l’impugnatura di una racchetta troppo stretta possono giocare un ruolo importante.

Infine, da non sottovalutare tra le cause l’eccesso di carichi in allenamento o l’esecuzione di esercitazioni scorrette”.

     E nel malaugurato caso in cui la prevenzione fallisse?

“Il consiglio è di non trascurare i primi sintomi. Spesso il dolore si manifesta a freddo una volta terminata la gara o l’allenamento, talora addirittura la mattina successiva, ai primi passi dopo il risveglio.

In tali casi, è opportuno farsi visitare da un medico specialista che imposterà la terapia più idonea che, nella gran parte dei casi, consiste in un trattamento fisioterapico che prevede terapie fisiche, manuali ed esercizi terapeutici assistiti.

In contemporanea al trattamento, sarà necessario attuare anche provvedimenti preventivi”.

 

Rodolfo Tavana

Direttore Sanitario Isokinetic Milano

(r.tavana@isokinetic.com)

                                                                                                         

                                                                                                                             Fonte: "La Prealpina"

 

Gli errori da evitare

La sindrome da sovraccarico è una patologia molto nota in ambito sportivo ed è spesso lo scaricabarile per colpevolizzare un allenatore o un preparatore in merito a un insuccesso sportivo o a un infortunio.

E’ evidente che, a livello di serie A la si possa considerare una malattia professionale, in fondo è impensabile non allenarsi duramente, andando, talvolta, oltre le proprie possibilità, pur di mantenere il posto in squadra e poi, nel calcio o nel rugby, guai a tirarsi indietro!

Il corpo, ha bisogno di digerire il cibo prima di introdurne altro e, in eguale misura, deve recuperare la fatica di un allenamento prima di iniziarne quello successivo.

Alcuni soggetti richiedono tempi più lunghi di altri e, se li fate mangiare prima di avere digerito, stanno male.

Lo stesso dicasi per il carico d’allenamento; alcuni lo smaltiscono in mezza giornata, latri per lo stesso lavoro necessitano tempi doppi.

Da qui una possibilità di infortunio che è insita nelle qualità del soggetto.

Poi ci sono le metodiche d’allenamento, ossia il mezzo con cui prepariamo il fisico del giocatore.

Per insistere su un esempio culinario lo stesso prodotto cucinato in maniera differente ha tempi di digestione diversi.

Provate a pensare al riso, se lo bollite e lo mangiate condito con un po’ d’olio non penate che richiederà tempi di digestione differenti rispetto a un risotto alla monzese, ben mantecato e con la salsiccia.

Alcuni mezzi d’allenamento sono rischiosi e hanno un’incidenza d’infortunio maggiore di altri pur andando ad allenare le stesse qualità.

Faccio degli esempi. Venendo dal mondo dell’atletica approdai nel calcio con esperienze precise e un giorno incontrai un allenatore che riteneva fondamentale, per velocizzare i giocatori, fargli effettuare sprint in discesa.

Gli feci presente che i velocisti azzurri avevano smesso di utilizzare tale metodica, perché portava spesso a infortuni muscolari ai flessori della coscia (quelli che stanno posteriormente).

La logica allenante era che si potessero raggiungere velocità maggiori creando un adattamento in tal senso, ma l’eccessivo allungamento dei muscoli posteriori, abbinato a una contrazione violenta, facilitava la rottura del muscolo.

Lui mi rispose che capiva, ma aveva sperimentato l’utilità di tale metodica in varie situazioni. Era un mercoledì e la domenica si sarebbe giocata una partita importante, al terzo sprint un centrocampista titolare si strappò….fine di quella metodica.

In questo caso l’allenatore era in gamba, un altro mi avrebbe cacciato sostenendo che ero stato io a portar sfortuna (chi opera nel calcio sa che non vado lontano dalla verità), ma non feci altro che portare l’esempio di chi già era incorso in tale problema.

Fattori individuali ed errori di somministrazione sono quindi alla base dei sovraccarichi che minano la struttura degli sportivi, è importante, per chi vuole allenare, aggiornarsi e saperne sempre di più su tale argomento, al fine di evitare errori che possono condizionare una stagione agonistica.

 

Rodolfo Tavana

Direttore Sanitario Isokinetic Milano

(r.tavana@isokinetic.com)

 

Fonte: "La Prealpina"


 

Come scegliere le scarpe

Le calzature utilizzate dal giocatore di calcio devono rispondere a tre caratteristiche fondamentali: comfort, protezione e miglioramento della performance.
Comfort: ovvero la scarpa deve essere confortevole. Secondo una vecchia concezione da sfatare, infatti, si pensava che occorresse calzare scarpe corte e cercare di avere il piede piccolo. Van Basten aveva il 43, Gullit il 44 e non mi sembra proprio che calciassero male (specie Van Basten), quindi il piede piccolo non è affatto la condizione per giocare bene a calcio.
Utilizzare numeri inferiori al proprio crea dolore e non permette di esprimere tutta la potenza del piede nella corsa, con ovvio svantaggio per il gioco.
La scarpa stretta ci fa poi rischiare un'infiammazione all'inserzione del tendine d'Achille (sul calcagno) che ci può arrecare seri fastidi.
Quindi misura giusta, scarpa flessibile e non troppo rigida, tacchetti adeguati al campo.
Per l'allenamento atletico occorre invece utilizzare scarpe da running adeguate al nostro peso.
Giocatori che pesano più di 80 chilogrammi, devono optare per quelle stabili e protettive, se pesano poco possono permettersi quelle più leggere.
L'importante è non usare scarpe da tennis o da palestra ma, ripeto, avere sempre a disposizione quelle da running.
Le scarpe da calcio per l'allenamento atletico vanno bene solo in caso vi aiuteranno a non scivolare, altrimenti meglio quelle da corsa che rialzano il tallone proteggendo il tendine.
Protezione: gli Europei considerano questo parametro più dei Sudamericani, tanto che le scarpe da calcio prodotte nel vecchio continente, a fine 1800, erano alte e decisamente protettive, talvolta con punta di ferro, mentre quelle dei Brasiliani o degli Argentini sono sempre state leggere e basse.
Oggi si cerca una mediazione per proteggere il piede dal freddo e dai calci dell'avversario senza perdere la sensibilità nel toccare la palla.
Miglioramento della performance: Helenio Herrera, allenatore della grande Inter, introdusse l'uso delle scarpe da calcio anche in allenamento.
Prima di allora, nei club di serie A, si utilizzavano, fuori della partita ufficiale, solo scarpe in tela.
Lui intensificò il lavoro creando situazioni di gioco impossibili con scarpe inadeguate. Da allora la scarpa tecnica si è migliorata e oggi vi sono diverse possibilità di scelta.
I Sudamericani insistono nel prediligere scarpe con suola di gomma e tacchetti fissi, meno protettive e aderenti, gli Europei optano per quelle con tacchetti intercambiabili.
Vi sono poi scarpe con lamelle che cercano di garantire aderenza senza il problema del cambio di tacchetti.
La ricerca esasperata dell'aderenza, per soddisfare un gioco più veloce e su spazi più ristretti, è andata però a scapito della sicurezza.
Sono aumentate le lesioni ai legamenti del ginocchio, proprio perché il piede si "incastra" nel terreno e l'articolazione va in torsione.
Le scarpe da calcetto, sui vecchi sintetici, non richiedono tacchetti, ma l'evoluzione dell'erba artificiale che imita in maniera sempre più valida quella naturale, cambierà anche questo presupposto.

Rodolfo Tavana
Direttore Sanitario Isokinetic Milano
(r.tavana@isokinetic.com)

Fonte:"La Prealpina"


 

Quando la schiena devia…

La scoliosi è stata, per anni, l'incubo delle mamme. La visita effettuata dal medico scolastico (figura oggi scomparsa) o da altra figura non sempre medica, terminava, talvolta, con la sentenza: "Suo figlio ha la scoliosi!" gettando nel terrore tutta la famiglia, neanche si parlasse di peste o colera.
Anche oggi, su tale argomento, regna la confusione, che coinvolge genitori e allenatori di giovani calciatori.
Cominciamo quindi a capire cos'è la scoliosi e poi vedremo quando e se è pericolosa per chi gioca a calcio.
La scoliosi è definita una deviazione laterale della colonna vertebrale, come qualsiasi anomalia di questo tipo è misurata in gradi e solo così si può quantizzare il problema.
Quando i gradi sono pochi e le vertebre non presentano deformazioni o rotazioni particolari, il problema non si pone, solo i pochi casi in cui sussista una vera deformità e lo specialista ortopedico ponga una diagnosi di scoliosi da correggere con tutore (corsetto) o atto chirurgico, occorre valutare attentamente i risvolti sul piano della pratica sportiva agonistica.
Una persona, durante la crescita, può sviluppare temporanee anomalie quali, ad esempio, le dismetrie agli arti inferiori, ossia una gamba cresce prima e più dell'altra e risulta più lunga di qualche millimetro.
La crescita è una situazione dinamica, pertanto è inutile preoccuparsi se tale differenza resta contenuta nel centimetro, potrebbe poi compensarsi quando l'altra gamba cresce in uguale misura.
E' ovvio che, con una gamba più corta, anche la colonna possa deviare un po' dalla retta, ma quest'aspetto non deve preoccupare perché dopo un anno la situazione potrebbe mutare e perché, entro certi gradi, la scoliosi non è assolutamente un problema.
Il giocatore di 13 anni, con una lieve scoliosi, può tranquillamente giocare a calcio e presenziare alle lezioni di educazione fisica, senza compromettere la sua salute.
Voglio essere anacora più chiaro: nel caso in cui, osservando vostro figlio o un giocatore che allenate, riscontriate una schiena storta, fatelo visitare da un medico specialista in ortopedia o in fisiatria.
La visita sarà essenziale per classificare tale scoliosi e definire come comportarsi.
Se lo specialista non la classifica come scoliosi da curare, basterà inserire qualche esercizio di ginnastica in più senza mettere nella testa del ragazzo che è "ammalato".
Facciamolo invece muovere e giocare e incoraggiamolo a rinforzarsi adeguatamente.
Qualora lo specialista decida invece che è necessario mettere un corsetto ortopedico è evidente che il ragazzo dovrà interrompere l'attività di calciatore, che potrà essere ripresa solo a cura terminata.
Io penso sia più utile indirizzare il giovane affetto da scoliosi di tal tipo verso altri sport quali il nuoto o il ciclismo poiché, per quanto migliorato, rischierà sempre di soffrire di saltuari mal di schiena.
Fortunatamente sono casi molto rari nella popolazione Italiana e possiamo perciò mantenere un atteggiamento tranquillo.

 

 

Rodolfo Tavana
Direttore Sanitario Isokinetic Milano
(r.tavana@isokinetic.com)

Fonte:"La Prealpina"

 


 

Come affrontare i primi caldi

Arriva, finalmente, il caldo e occorre quindi attuare debite contromisure.

L’inverno in corso è stato particolare, il freddo si è fatto sentire a fine febbraio, prolungandosi, con gelo e neve, nella prima settimana di marzo, stabilendo record negativi per quella che dovrebbe rappresentare, per il clima, la settimana di annuncio primavera.

Ora si rischia di dover affrontare, improvvisamente, il caldo che, si sa, non è grande amico dell’esercizio muscolare, specie se il corpo non è adattato.

Mi è capitato di dover gestire queste situazioni quando, col Milan, si affrontava, a inizio primavera, una trasferta in ambienti con stagione già avanzata, come il Sud Italia o le Isole.

Il giocatore, in questi casi, si trova completamente disorientato e il suo corpo reagisce limitando la performance.

Partita o allenamento al caldo, soprattutto se non ancora adattati per l’improvviso cambio climatico, comportano difficoltà, sul piano fisico, che si manifestano con spossatezza e rallentamento nel recupero della fatica, oltre che con difficoltà a mantenere un alto ritmo di gioco.

Altre situazioni spiacevoli, legate al caldo, sono la maggior possibilità di incorrere in crampi e cefalea (= mal di testa) durante la partita.

Vediamo quali precauzioni possono essere funzionali a un allenamento più produttivo e a una performance adeguata in gara.

Bere: è essenziale cercare di bere al di là della sete. Dopo venti minuti dall’inizio dell’allenamento è utile effettuare una sosta e invitare i giocatori a sorseggiare una bevanda fresca.

Tale operazione andrà ripetuta ogni venti minuti, sino al termine della seduta. Le bevande appositamente ideate a tale scopo, permettono di reintegrare liquidi e sali persi col sudore che il primo caldo fa produrre abbondantemente durante il gioco del calcio.

Le bevande devono essere mantenute a una temperatura di 8-10 gradi centigradi, sorseggiate lentamente e gradevoli di sapore.

Non sono consigliabili, invece, bibite gasate ed è meglio prediligere quelle conosciute come “bevande da sport”.

Anche ai pasti è utile utilizzare acqua ed eliminare, perlomeno prima e dopo allenamento, gli alcolici (birra, vino, ecc.), in quanto l’alcol ha un’azione diuretica e ci farebbe perdere liquidi utili al lavoro fisico.

Mangiare: frutta e verdura devono assolutamente integrare i pasti, ambedue forniscono acqua e sali minerali oltre che preziosissime vitamine.

E’ chiaro a tutti che un piatto di polenta e brasato, a ridosso di un allenamento svolto in un clima caldo, contrastano con qualsiasi logica.

Cercate pertanto di prediligere cibi semplici e cotture “salutari”.

Abbigliamento: evitate di coprirvi troppo, iniziate ad allenarvi con magliette a maniche corte, magari indossando la giacca della tuta a fine allenamento, mentre fate stretching è il vento potrebbe nuocere.

Scartate qualsiasi idea di dimagrire sudando, è fuori luogo e controproducente!

Integratori. Se vi allenate due o tre volte la settimana, non vi serve nient’altro oltre a ciò che ho già indicato nei capoversi inerenti al bere e al mangiare.

Se vi allenate tutti i giorni per più di un’ora, con una o due partite settimanali, allora potete prendere in considerazione qualche integratore a base di vitamina C e B, oltre che qualche minerale specifico quale il ferro, il selenio ed eventualmente potassio e magnesio a dosaggi consigliati da un esperto.

 

 

Rodolfo Tavana
Direttore Sanitario Isokinetic Milano
(r.tavana@isokinetic.com)

Fonte:"La Prealpina"

 


 

Soffio al cuore, cosa fare

Il soffio al cuore ha rappresentatoun motivo di preoccupazione per tutti coloro che praticano attività sportiva, attribuendogli patologie sconociute e pericolosissime. Nella prima metà del secolo scorso (e, forse, anche dopo) l'ascoltazione di un soffio da parte del merdico militare rappresentava una sicura sentenza di esenzione del servizio obbligatorio di leva.

Oggi lo si potrebbe interpretare come un vantaggio ma, allora, no. Mi disse un medico militare che, in quegli anni, molti giovani si disperavano in quanto nei piccoli paesi con predominanza contadina, l'esenzione per inabilità era un disonore e, addirittura, una minaccia per il matrimonio. Le ragazze di allora, in ambito rurale, erano restie a sposare un militesente, per il quale sussistevano poche possibilità di lavorare i campi.

Pensate che i grandi campioni degli sport di resistenza hanno frequentemente il soffio e anche a loro capitava di essere scartati dal servizio di leva per scarsità toracica e soffio al cuore. Purtroppo ciò non capitò al povero Fausto Coppi, anche lui col soffio al cuore, costretto ad affrontare la guerra con conseguente prigionia, fatti questi che gli impedirono di allenarsi per tre anni prendendosi, oltretutto, la malaria che in seguito ne causò la morte.

Il soffio di Coppi era solo l'espressione di un cuore molto "potente" e non di malattia, rappresentava, infatti, un rumore che il medico ascolta in corrispondenza del cuore e nasce dalla formazione di un flusso turbolento. Come il fiume diventa rumoroso quando scende in tratti ripidi ed è silente in piano, il cuore, spingendo il sangue dentro la valvola aortica (quella valvola che lo separa dall'arteria aorta e che dovrebbe impedire il reflusso), può emettere un rumore.

Per semplificare al massimo: il soffio si verifica perché il cuore è molto forte e spinge energicamente il sangue o perché la valvola è difettosa. Nel primo caso assistiamo al soffio funzionale, nel secondo potrebbe esserci una valvola patologicamente ristretta o di dimensioni normali, ma incapace di contenere il reflusso che, rientrando nel cuore, emette un rumore tipico.

Il soffio patologico richiede prudenza e cure specifiche. Nel caso segnalato un soffio a un giovane calciatore, è quindi necessario sottoporlo a visita cardiologica con elettrocardiogramma da sforzo ed ecocardiogramma. L'ecocardiogramma è l'esame che attraverso l'emissione di onde sonore non percettibili dall'orecchio umano (ultra suoni) permette di visualizzare il cuore in fase dinamica, ossia di osservarne tutto il movimento e l'andamento dei flussi. Sono stato, ripeto, estremamente semplice nello spiegare cos'è il soffio, in realtà le cause di quello patologico sono diverse, l'importante è che a genitori e allenatori sia chiaro che il soffio non è sempre espressione di cuore malato e ho quindi fornito indicazioni su come muoversi per sciogliere ogni dubbio.

   

Rodolfo Tavana

Direttore Sanitario Isokinetic Milano

(r.tavana@isokinetic.com)

Fonte:"La Prealpina"


 

Quasi quasi metto il tutore

 Molto spesso, sulle riviste tecniche di settore, possiamo leggere pubblicità di prodotti indicati per salvaguardare articolazioni, muscoli… di chi pratica lo sport. Lesatta definizione è tutori poiché si presume che il loro uso serva atutelare una parte del corpo e quindi caviglia, ginocchio, muscoli… Per alcuni atleti i tutori sono la panacea di tutti i mali, altri si domandano se servono realmente, chi ha ragione? Ebbene la risposta è si, se ben utilizzati servono veramente a tutelare un'articolazione.

Consigli per l'uso

Passiamo ora in rassegna le possibili indicazioni e controindicazioni. Nel calcio e in altri sport di contatto (rugby, basket…) le più utili sono le cavigliere. Ne esistono svariati modelli con indicazioni diverse, talvolta in antitesi tra loro. Vanno utilizzate solo se l'atleta ha già avuto in passato traumi e distorsioni della caviglia e quindi ha una sensazione di instabilità quando gioca. E' proibito invece l'utilizzo di ginocchiere robuste (per intenderci quelle con barre laterali di metallo) per la possibilità di arrecare danno all'avversario in uno scontro di gioco. Negli sport singoli (tennis, sci…) e di squadra senza contatto (volley) si può invece far uso anche delle ginocchiere rinforzate.

Anche in questo caso l'indicazione principale è per l'atleta con un ginocchio instabile per precedenti traumi di gioco. In casi selezionati, si possono utilizzare ginocchiere non rinforzate per problemi alle cartilagini, ma l'uso è poco frequente. In tutti gli sport è invece possibile utilizzare bendaggi che tecnicamente sono definiti funzionali proprio perché cercano di garantire il gesto atletico. In questo caso, è necessaria una certa maestria nella realizzazione del bendaggio, riservata a medici o fisioterapisti sportivi. Ciò evidentemente ne limita l'uso a livello amatoriale e trova invece indicazione in ambiti agonistici più elevati.

 

Non dimentichiamo che…

E' opportuna comunque una riflessione.. se un atleta ha un'articolazione instabile ben difficilmente potràfornire la miglior performance. Il tutore può essere di aiuto, può fornire un sostegno artificiale, ma non guarisce. E' infatti qualcosa di di esterno che non ripara la lesione. Nella maggior parte dei casi e soprattutto a livello agonistico, è necessario sottoporsi a intervento chirurgico per ritornare alla massima efficienza. Un'ultima indicazione: i tutori non sono gadgets più o meno affascinanti o alla moda, sono prodotti sanitari ed è quindi consigliabile rivolgersi a medici specialisti per avere una corretta indicazione e conseguente prescrizione. E' quindi da bandire un utilizzo scriteriato senza reali necessità: se un atleta non ha mai avuto lesioni è assolutamente inutile utilizzare qualsivoglia tutore o bendaggio articolare.

Bisogna però stare molto attenti nella scelta perché in commercio esistono prodotti molto validi e altri decisamente scadenti. Come sempre, l'improvvisazione è controproducente e si può rischiare di acquistare un prodotto non efficace… pagandolo profumatamente.

Stefano Respizzi

Direttore Isokinetic Milano

(s.respizzi@isokinetic.com)

 Fonte:"La Prealpina"

 

 
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